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Il costumista psicologo

CHE VEDE I CORPI SENZA FILTRI DEGLI ATTORI. A UNA TEMPERATURA DI 45°

di Chiara Ottanelli

Mentre lo intervisto in un caffè di Firenze, col sole a tre quarti sul gazebo, ha quell’espressione lì. Non è un’espressione qualsiasi, è un luccichio negli occhi, una serenità nella voce che invoglia, l’espressione delle persone che fanno un lavoro unico: il lavoro che vogliono fare.

Roberto Conforti, 42 anni, è arrivato a Firenze da Roma per tenere una lezione proprio sul suo lavoro e mi dice che desidera insegnare innanzitutto “a fare le cose non per noia, ma con una sostanza dietro”. E nel frattempo mi spiega come si fa a vestire – e svestire – la categoria più fascinosa e sicuramente più osservata del genere umano: gli attori.

Quando hai sentito che avresti fatto parte del cinema, in particolare come production e costume designer?
“Quando nasci in un piccolo paese, nel mio caso San Miniato, in provincia di Pisa, il cinema lo vedi in televisione e lì rimane, non penseresti mai di farne parte. È stata la mia famiglia che mi ha sostenuto e lasciato sognare. Poi, frequentando il Master in Scenografia e Costumi allo IED di Roma, ho scoperto che avevo sempre voluto fare questo. Ho avuto docenti eccezionali. Alberto Verso – costumista di film come Il malato immaginario con Alberto Sordi – viveva per il costume e io l’ho respirato. Il cinema è una droga, chi c’è dentro lo sa bene”.

In che senso il tuo stile è stato definito “senza tempo e senza stagioni, vintage e poco italiano”?
“Poco italiano significa che io non vesto il manager col completo blu seguendo lo stereotipo. Il mio stile viene innanzitutto dal colore e il colore viene dalla Toscana, dai rossi del mattone, dal verde vero del prato e dall’azzurro del cielo che qui è azzurro davvero. Sono nato in uno dei luoghi più belli al mondo e tutto questo bello noi toscani ce lo infiliamo nel cervello”.

MorningStar 

In un’intervista, Piero Tosi, fiorentino Oscar alla carriera che ha regalato al mondo prima di tutto il proprio talento e poi la quattro volte premio Oscar per i costumi Milena Canonero, afferma che l’unica vera gioia del costumista è plasmare i costumi sugli attori, “trasformare il lavoro astratto fatto fino a quel momento in vita”. È così anche per te?
“Assolutamente sì. Io dico sempre che il lavoro del costumista consiste nel prendere una personalità vera e farne un personaggio immaginario. Il cinema è fatto d’immagini e la prima cosa che vedi è la fisicità dell’attore o dell’attrice che ciò che il costumista deve plasmare, raccontando il carattere di una persona attraverso i costumi”. 

Il costumista lavora a stretto contatto fisico con gli attori, ne conosce le insicurezze, le idiosincrasie. Quanto peso ha questo sul tuo lavoro?
“Si tratta di uno degli aspetti per cui molti costumisti non riescono a fare carriera. Il nostro lavoro è psicologia, come spiego in Filosofia del costume che pubblicherò con Carocci Editore. Spesso incontro un’attrice per la prima volta e dopo quindici minuti dev’essere seminuda davanti a me e ha un’immagine da difendere. D’improvviso siamo senza filtri ed è un momento molto delicato. Serve empatia, saper cogliere le sensazioni, i pregi come i difetti, per far stare l’attrice a proprio agio col suo corpo e con le scelte dei costumi. Se s’instaura un rapporto di fiducia, l’attrice capisce e accetta le mie scelte, anzi, le facciamo insieme”.

Nel 2013 inizia la tua collaborazione con Marco Ristori e Luca Boni, che ti apre le porte del cinema internazionale con film di successo, a cominciare dal fortunatissimo Zombie Massacre. Per loro sei costume designer, mentre adesso stai lavorando a una serie televisiva come production e costume designer. Come si fa ad avere una visione così ampia?
“Zombie Massacre è stato il Blu Ray più venduto in Italia nel 2013, distribuito in ventidue paesi. Si tratta di lavori enormi, così come la serie horror cui sto lavorando adesso per un’emittente molto conosciuta di cui non posso rivelare il nome. Se sei production e costume designer non ti occupi solo degli abiti di tutti gli attori e delle comparse, ma devi curare circa venticinque o trenta ambienti. Per natura io amo l’immagine e osservo molto, il segreto è questo. Posso stare anche venti minuti a spostare un oggetto in scena. La grande soddisfazione è occuparsi del pacchetto completo della produzione, ovviamente con l’aiuto degli assistenti”. 

ZombieMassacre 

Nel 2015 hai curato i costumi di Calico Skies di Valerio Esposito, produzione internazionale girata interamente nel deserto della California. Per un costumista può diventare un incubo?
“Lo è! Soprattutto logisticamente. È un posto incantato, ma vivi nel deserto con 45° di giorno e un gran freddo di notte, gli attori sudano tremendamente e tu li devi cambiare. All’estero però i costumisti italiani vengono considerati guru di stile e sono stato accolto in maniera meravigliosa. Faremo presto un secondo film sempre negli Stati Uniti, a New York, segno che la troupe ha funzionato benissimo”.

È più complesso curare i costumi di film fantasy o commedie come Basta poco o La mia famiglia a soqquadro dove hai vestito Eleonora Giorgi?
“Nei fantasy c’è più libertà e creatività, hai meno vincoli. La commedia contemporanea sembra più semplice, ma lo spettatore deve poter riconoscere le persone. Non funziona affatto dire all’attore di venire coi vestiti che porta normalmente in casa perché va ricreato il carattere del personaggio. Inoltre, ci sono gli sponsor che influenzano le scelte del costumista e ti devi ingegnare, usare tutta la tua creatività.

Tu spazi da produzioni cinematografiche internazionali a pubblicità per aziende di rilievo come Napapijri, Nutella, Save the Children, a styling per Vanity Fair e Sanremo. Quanto di ciascun lavoro si riversa nel successivo?
Io porto nel cinema l’estetica della pubblicità, a teatro quella del cinema, insomma, più cose hai in testa e più funziona. Bisogna essere curiosi, è la pigrizia il grosso problema di oggi. La fortuna è stata non iniziare questo lavoro a 20 anni, ma più tardi, con una visione più ampia.

CalicoSkies 

Quali potrebbero essere le potenzialità di un corso o un workshop di costume designer proprio a Firenze? 
La Toscana è una piazza dove si fanno tanto cinema e tanta pubblicità internazionali, perché è una regione che offre geograficamente di tutto. Per non parlare dell’alta moda, con nomi come Prada, Gucci, Cavalli e di scuole d’immenso valore come il Polimoda. Firenze è una bella vetrina di costume e moda, perciò un corso sul costume cinematografico sarebbe il completamento di un cerchio. Si può insegnare molto, andando anche nello specifico, ad esempio quali strumenti si possono usare per comunicare un personaggio, dagli abiti a un tatuaggio, la gestione della sartoria, come estrapolare i costumi che servono leggendo una sceneggiatura, i tempi di preparazione. Personalmente, inviterei un eccellente sarto con cui ho lavorato per mostrare com’è stato pensato e realizzato un abito di scena. E cercherei di spiegare come costruire un personaggio e in che modo questo può aiutare l’attore. Lui deve mettere la sua anima nel personaggio per renderlo credibile ed è un processo che dev’essere supportato e non trascurato come talvolta accade nel cinema.

Cosa diresti a chi vuole intraprendere il percorso di costumista?
Direi che è un lavoro in cui voi siete il vostro successo professionale. L’arte è tutta sostenibile, ma anche criticabile. Chi può decidere, a parte palesi errori – come dimenticare l’orologio al polso di Ben Hur? Sono errori che lo spettatore non si merita – se i vostri costumi sono brutti o belli? Se si colgono le occasioni, si lavora onestamente, ci si crea e si mantiene un bacino di contatti… Il segreto è solo non farsi spaventare. E non usare questo lavoro come strumento di riscatto sociale, convinti che, se si lavora nel mondo dello spettacolo e si è conosciuti, automaticamente si diventa qualcuno. È un lavoro e solo come tale può dare felicità.

Chiara Ottanelli

RobertoConforti 

WORKSHOP "IL DESIGNER DEL COSTUME NEL CINEMA" 

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